
a. Il lavoro di Bowlby e la scoperta dell’attaccamento.
Il lavoro che portò alla teoria dell’attaccamento iniziò quando Bowlby aveva 21 anni e lavorava in una casa per ragazzi disadattati: e fu l’esperienza clinica avviata con due di loro, che manifestavano entrambi una relazione fortemente disturbata con la madre, a segnarlo profondamente.
Dieci anni più tardi da quell’esperienza, verso la metà degli anni ‘40, la realizzazione di uno studio retrospettivo, lo portò a formalizzare il proprio modo di considerare la distruzione della prima relazione madre bambino come precursore chiave del disturbo mentale.
Il fatto essenziale che distingueva i giovani ladri da gruppi di bambini presenti in un campione clinico, era la prolungata separazione dai genitori, che risultava particolarmente evidente e marcata tra i giovani ladri che egli definiva “anaffettivi”.
Alla fine degli anni quaranta, Bowlby estese il proprio interesse alle relazioni madre-bambino, passando in rassegna i dati di una ricerca condotta sugli effetti prodotti sui bambini dall’inserimento “forzato” in istituti, o in ospedali (isituzionalizzazione) durante l’infanzia.
Da questo lavoro risultò evidente che i bambini che avevano subito una grave deprivazione di cure materne tendevano a sviluppare gli stessi sintomi dei giovani ladri da lui definiti “anaffettivi”: pur attribuendo un ruolo centrale ai genitori in generale, e alle relazioni madre-bambino in particolare, tale lavoro non conteneva indicazioni sui meccanismi attraverso i quali ci si poteva aspettare che la deprivazione materna avrebbe prodotto conseguenze negative.
In parallelo a quanto sopra descritto, quasi nello stesso periodo, un altro ricercatore, James Robertson, con l’incoraggiamento dello stesso Bowlby, impiegò quattro anni per realizzare un documentario finalizzato ad analizzare gli effetti della separazione dai genitori, di bambini di età compresa fra i 18 e i 48 mesi, filmandone il loro ingresso in ospedale o in asilo residenziale.
Sulla stessa linea, pochi anni dopo Cristopher Heinicke raccolse osservazioni e descrizioni comportamentali più sistematiche di tali “separazioni forzate”, che confermavano pienamente il materiale raccolto da Robertson.
Va anche sottolineato che le ipotesi prevalenti sull’origine dei legami affettivi avanzate nella prima metà del XX secolo, non convincevano pienamente Bowlby dal punto di vista della correttezza scientifica.
Infatti Sia la teoria psicanalitica sia quella dell’apprendimento sottolineavano come il legame emotivo con il caregiver fosse una pulsione secondaria, basata sulla gratificazione di bisogni orali, nonostante fossero già disponibili dati che dimostravano come, almeno nel regno animale, i “cuccioli” sviluppavano un attaccamento nei confronti di adulti da cui non erano ad esempio stati nutriti, come dimostrano gli studi sull’imprinting portati avanti dall’etologo Lorenz.
Bowlby inoltre fu tra i primi a riconoscere che il piccolo dell’uomo entra nel mondo già predisposto a partecipare all’interazione sociale: Bowlby infatti attribuiva un ruolo centrale alla tendenza biologica del bambino a formare un legame di attaccamento, a dare inizio, a mantenere e a porre fine a interazioni con un caregiver (la mamma ma non solo) e a usare questa persona come “base sicura” per l’esplorazione e lo sviluppo personale.
Il contributo critico di Bowlby consisteva nel porre l’accento senza esitazioni sul bisogno del bambino di un ininterrotto (meglio detto “sicuro”) legame precoce di attaccamento con la madre.
A suo parere il bambino che non aveva tale rifornimento era con maggiore probabilità incline a mostrare segni di deprivazione parziale, e quindi un eccessivo bisogno di amore o di vendetta, un forte senso di colpa e depressione, o di deprivazione totale, oppure evidenziare forme di abulia o di mutacismo, ritardo dello sviluppo e, successivamente segni di superficialità, assenza di veri sentimenti, mancanza di concentrazione, tendenza all’inganno e al furto compulsivo.
Nei primi anni ’70 Bowlby collocò tali reazioni nella cornice delle reazioni alla separazione:
protesta → disperazione → distacco.
Le tre fasi, inserite all’intenro delle reazioni alla separazione evidenziano elementi specifici che le distinguono in modo significativo. Al riguardo possiamo analizzare:
b. Il punto di vista dell’attaccamento
“Attachment” in inglese assume il significato di “affezionarsi a …”: da qui è abbastanza semplice collegarla a quella relazione stabile che si instaura tra il bambino e la persona adulta che si prende cura di lui (caregiver) dalla nascita, e che, attraverso gli scambi interattivi fra i due, genera un legame (di attaccamento).
Tale legame serve a garantire il benessere, la protezione dai pericoli provenienti dall’ambiente esterno, favorisce la sopravvivenza grazie alla vicinanza della figura adulta (in genere, ma non sempre, la madre biologica), e sottolinea un aspetto della relazione, che pare non essere legato all’amore fra genitori e figli.
Il periodo sensibile (termine preso a prestito dall’etologia) durante il quale il bambino costruisce il legame di attaccamento è quello del primo anno di vita.
Dal punto di vista teorico, tale assunto stabilisce che il bambino costruisce una relazione con i suoi caregivers non spinto dalla fame o da altri bisogni fisiologici legati agli istinti, ma fondamentalmente da quella relazione che gli fornisce un contesto per “sentirsi al sicuro” (base sicura).
Per raggiungere tale equilibrio il bambino mette in atto un insieme di comportamenti innati (eredità del patrimonio socio biologico) detti comportamenti di attaccamento, che tendono a far sì che l’adulto si avvicini e stabilisca un contatto diretto utilizzando segnali come il sorriso, la vocalizzazione, il pianto, il sollevare le braccia, azioni tutte volte alla ricerca della sicurezza/base sicura, che va oltre, come si diceva poc’anzi, al vincolo amorevole tra genitore e figlio, e quindi, non collocabile solamente nell’area dei bisogni.
La necessità di individuare i tipi di attaccamento durante la prima infanzia ha portato una ricercatrice, Mary Ainsworth, ad elaborare una procedura standardizzata, in cui il bambino è sottoposto a situazioni di stress non familiare (Strage situation).
Tale situazione ricreata in laboratorio permette di rilevare, da parte di un osservatore estraneo, il comportamento del bambino nei confronti dell’adulto cargiver.
Per rendere più significativo tale passaggio viene descritta nello schema sotto riportato una situazione di Strange Situation, articolata in una sequenza di azioni.
| 1 | Madre Bambino Osservatore | 30 sec | L’osservatore introduce la madre ed il bambino nella stanza e poi esce |
| 2 | Madre Bambino | 3 min. | Il bambino esplora ma la madre non partecipa: se necessario il gioco viene stimolato dopo 2 min. |
| 3 | Madre Bambino Estranea | 3 min. | Nella stanza entra l’estranea. Nel primo minuto l’estranea rimane in silenzio. Nel secondo minuto conversa con la madre. Nel terzo minuto l’estranea avvicina il bambino mentre la madre esce dalla stanza in modo non intrusivo. |
| 4 | Bambino Estranea | 3 min. o meno | Prima separazione. Il comportamento dell’estranea deve adattarsi a quello del bambino. |
| 5 | Madre Bambino | 3 min. o più | Prima Riunione. La madre saluta e/o conforta il bambino, poi tenta di coinvolgerlo nuovamente nel gioco. A quel punto si allontana nuovamente dalla stanza salutando il bambino. |
| 6 | Bambino da solo | 3 min. o meno | Seconda separazione. |
| 7 | Bambino Estranea | 3 min. o meno | Continuazione della seconda separazione. L’estranea entra ed adegua il proprio comportamento a quello del bambino. |
| 8 | Madre Bambino | 3 min. o più | Seconda Riunione. La madre saluta, prende in braccio il bambino e lo conforta, poi tenta di coinvolgerlo nuovamente nel gioco. |
La Strange Situation ha permesso di individuare con precisione le categorie di attaccamento, e le conseguenti specificità che andremo di seguito ad analizzare.
c. L’attaccamento del bambino.
Le categorie dell’attaccamento nella prima infanzia sono:
Il bambino con attaccamento Sicuro, nella Strange Situation, manifesta un chiaro desiderio di vicinanza, di contatto fisico e di interazione nei confronti della figura di attaccamento.
Quando questa è presente, il bambino può apparire relativamente autonomo nell’esplorazione dell’ambiente ma, di solito, tende a ricercare in modo attivo la partecipazione dell’adulto e, specie negli episodi di separazione, manifesta evidenti segnali di attaccamento e di ricerca dell’adulto.
Durante la separazione, può mostrare segni di stress o di disagio ma, se ciò accade, è evidentemente in relazione all’assenza della figura di attaccamento e non al fatto di essere stato lasciato solo (questo si può osservare ad esempio, dal fatto che il bambino non appare pienamente soddisfatto dalla semplice presenza dell’estranea, ma continua a ricercare il genitore, a guardare di tanto in tanto verso la porta ecc.ecc.).
Negli episodi di ricongiungimento il bambino Sicuro manifesta chiari segnali di attaccamento nei confronti del genitore, lo “saluta” (ad esempio con un sorriso, una vocalizzazione, un tentativo di avvicinamento), ricerca la sua vicinanza o l’interazione, oppure, se è a disagio, richiede contatto fisico e consolazione. Parallelamente, quando ottiene contatto fisico o vicinanza, mette in atto comportamenti che tendono a preservarli, ad esempio resistendo, o almeno protestando, quando viene rimesso a terra.
Nel complesso, il ritorno della figura di attaccamento, dopo la separazione, sembra dare sollievo al bambino che tende a consolarsi e a riprendere l’esplorazione dell’ambiente e dei giocattoli. Pertanto, il bambino Sicuro manifesta in modo chiaro e aperto i propri bisogni psicologici di conforto e di protezione (quindi non manifesta esitamento o resistenze verso il genitore) e quando ottiene contatto fisico e consolazione dal genitore si dimostra appagato, si lascia consolare e riprende l’esplorazione.
In generale il bambino con attaccamento Sicuro manifesta quello che è stato definito un comportamento di base sicura, nel senso che da un lato appare relativamente autonomo nell’esplorazione dell’ambiente, soprattutto quando il genitore è presente, dall’altro appare in grado di segnalare con chiarezza i propri bisogni di attaccamento e consolarsi e rassicurarsi alla presenza dell’adulto di riferimento. In questo caso, il genitore rappresenta per il piccolo una base sicura, un “porto” sicuro, presso il quale rifugiarsi e trovare protezione, ma dal quale potersi allontanare fiduciosamente per esplorare il mondo circostante.
Possiamo quindi definire l’attaccamento Sicuro come un’organizzazione comportamentale e relazionale nella quale vi è un corretto bilanciamento fra esplorazione dell’ambiente e attaccamento nei confronti del genitore, ovvero tra indipendenza/autonomia e dipendenza.
Da un lato, infatti, il bambino Sicuro sembra avere interiorizzato un solido sentimento di fiducia nei confronti della presenza e della disponibilità affettiva del genitore, dall’altro questo aspetto gli fornisce le risorse atte ad allontanarsi da lui, entro certi margini psicologici di sicurezza, per affrontare le piccole e grandi esperienze e scoperte che caratterizzano la sua vita quotidiana. Parallelamente, proprio la certezza interiorizzata di poter disporre di un genitore che risponderà in modo sensibile ai suoi segnali fa sì che il bambino possa avere fiducia nell’adulto, manifestando con chiarezza i propri desideri di attaccamento quando ne sente la necessità.
Pertanto i segnali di richiesta di vicinanza, contatto e rassicurazione saranno tendenzialmente chiari, diretti e facilmente comprensibili per il partner. Per contro, una volta ottenuto lo scopo per il quale tali segnali sono stati messi in atto, vale a dire promuovere la presenza e la vicinanza della figura di attaccamento, il bambino Sicuro tenderà a sentirsi rassicurato e a consolarsi.
Nelle ricerche sui bambini “non clinici” statunitensi la percentuale media di attaccamento sicuro è stimabile fra il 54% e il 67% della popolazione mentre in Italia l’attaccamento Sicuro è meno frequente, osservabile solo nel 41.9 – 44.2 % della popolazione.
Il bambino con attaccamento insicuro Evitante, durante la Strange Situation, mostra un notevole esitamento del genitore, in particolare negli episodi di riunione.
Durante la procedura infatti, questi bambini appaiono particolarmente autonomi e indipendenti, maggiormente centrati sull’esplorazione dell’ambiente e sui giocattoli che sulla presenza dell’adulto di riferimento.
Nelle separazioni, solitamente mostrano minori segni di disagio e di ricerca nei confronti del genitore e, nei momenti di ricongiungimento, sembrano ignorare o dare poco rilievo al ritorno dell’adulto, ad esempio salutandolo distrattamente oppure mostrandosi assorti e intenti nelle proprie attività di gioco: essi quindi tendono a minimizzare le proprie reazioni affettive, in particolare dopo le separazioni, mostrandosi indaffarati e coinvolti nel gioco.
In senso più generale nei bambini con attaccamento Insicuro Evitante il bilanciamento tra esplorazione dell’ambiente e attaccamento nei confronti del genitore è spostato in favore della prima: il loro comportamento enfatizza gli aspetti di indipendenza, autonomia e autosufficienza affettiva nei confronti della figura di riferimento.
Il genitore infatti non rappresenta una vera e propria base sicura per loro e per questo essi tendono a non fare riferimento a lui quando si sentono moderatamente spaventati e a disagio, così come accade nelle situazioni di breve separazione, e a non manifestare chiaramente e apertamente i desideri di vicinanza, contatto e rassicurazione.
In altre parole la caratteristica distintiva di questi bambini è data dal fatto che tendono a inibire la manifestazione dei propri bisogni psicologici di confronto e protezione rispetto alla figura di attaccamento, enfatizzando uno stile relazionale di autonomia e indipendenza. Relativamente agli Stati Uniti, l’attaccamento Evitante viene osservato in media nel 20.5-22.9 % della popolazione mentre in Italia la percentuale è superiore, e raggiunge il 39.5% dei casi.
Nella Strange Situation questi bambini manifestano un marcato attaccamento nei confronti del genitore, nel senso che tendono a essere maggiormente centrati sulla relazione con l’adulto che sull’esplorazione dell’ambiente circostante e ciò diviene sempre più evidente con il trascorrere della procedura.
Tendenzialmente, i bambini manifestano fin da subito una minore capacità di esplorare l’ambiente in modo autonomo e di interagire con la figura estranea, un notevole disagio durante la separazione, accompagnato anche da una minore capacità di recupero nei momenti di ricongiungimento.
Il ritorno del genitore dopo la separazione infatti, non sembra sufficiente a consolarli, come se la presenza della figura di attaccamento non fosse in grado di ristabilire il loro senso di sicurezza e di placare le richieste di ulteriore attaccamento e bisogno di conforto.
Accanto alla tendenza a non consolarsi con il genitore, questi bambini manifestano comportamenti ambivalenti nei suoi riguardi, nel senso che alternano o mescolano insieme richieste di vicinanza e contatto a comportamenti marcatamente resistenti o di estrema passività, come se la separazione dal genitore determinasse un’insicurezza accompagnata da rabbia o da senso di impotenza.
Più in generale dunque, nei bambini Ambivalenti, il bilanciamento tra esplorazione e attaccamento è in disequilibrio a favore del secondo.
Il genitore non rappresenta una base sicura poich? quando i bambini Ambivalenti si sentono spaventati e a disagio non sembrano riuscire a consolarsi con al sua presenza, come se fosse carente il sentimento interno di poter disporre di una figura stabile su cui fare riferimento. Quindi appaiono dipendenti e centrati sul genitore, con pochi aspetti di autonomia, e con la tendenza a mettere in atto forti manifestazioni di attaccamento, caratterizzate da sentimenti di rabbia o da passività, che non si placano anche quando il loro fine (ottenere la presenza della figura di attaccamento) viene raggiunto, l’attaccamento Ambivalente è poco frequente sia nei bambini statunitensi (7.5-12.5%) sia nei bambini italiani (14-16.3%).
Le ricercatrici Mary Main e Judith Solomon verso la fine degli anni ‘80 sono riuscite ad isolare e descrivere ulteriori tipi comportamenti caratteristici dei bambini, che prima non erano classificabili, e che testimonierebbero la mancanza o l’insussistenza di una strategia organizzata di comportamento, da cui deriva il termine di “disorganizzato”.
Le caratteristiche complessive più evidenti rilevati in questa categoria sono la contraddittorietà di alcuni movimenti osservati, che fanno dedurre a una sottostante contraddittorietà nelle intenzioni o nei piani comportamentali del bambino (disorganizzazione) e/o la sensazione che il piccolo abbia una perdita di orientamento nell’ambiente circostante (disorientamento).
Il comportamento di questi bambini dunque esprime momenti di generale confusione legati a una profonda incapacità di organizzare efficacemente la situazione oltre ad una grave incapacità a orientare il comportamento stesso e l’affettività, anche perch? accompagnati da atteggiamenti visibilmente impauriti e rigidi sia a livello corporeo sia per ciò che concerne l’espressione del viso.
Nel complesso, il bambino con attaccamento insicuro Disorganizzato/Disorientato ha un comportamento apparentemente simile a quello dei bambini Sicuri, Evitanti o Ambivalenti, ma in alcuni momenti sembra privo di una strategia coerente nella relazione con il genitore.
La mancanza di coerenza nella strategia si può manifestare tramite momenti di disorganizzazione del comportamento (in cui sono presenti comportamenti tra loro contradditori) o momenti di disorientamento (in cui il bambino non sembra del tutto consapevole rispetto a quanto succede).
L’aspetto rilevante è che i comportamenti disorganizzati o disorientati si verificano solamente quando il genitore è presente e, soprattutto, nei momenti di riunione dopo la separazione, come se non si trattasse di una caratteristica del bambino, ma di un tratto definitorio della relazione.